a Gidì
Donami un abbraccio,
sincero, luminoso
come un giorno d'estate,
ma che sia lungo,
lungo una vita.
a Gidì
Donami un abbraccio,
sincero, luminoso
come un giorno d'estate,
ma che sia lungo,
lungo una vita.
La luce è tutto.
Permette di guardare
e di scegliere d'esser liberi.
Il regno della pioggia e quello degli arcobaleni esistevano da tempo immemorabile. Prima della lunga eclissi lunare, stavano l'uno accanto all'altro, come il male e il bene, nel cuore d’ogni uomo. Nel regno della pioggia, il popolo era umiliato e oppresso da Kyorai, re malvagio e ingiusto. A lui, in un dorato crepuscolo di Luglio, il cielo aveva donato due panieri, uno piccolo e uno grande. Nel primo erano custoditi la bellezza e il bene, nel secondo il male, associato a cattiveria, miseria, affanni e fame. Kyorai non aveva esitato: aveva subito buttato il più piccolo e aperto il più grande, e il bene era andato perduto. Nel regno degli arcobaleni invece, in perfetta armonia, convivevano varie etnie, e il re Joso veniva sempre incontro ai bisogni della popolazione. Per puro caso, una mattina d'Autunno, Joso aveva trovato il paniere buttato da Kyorai: l'aveva visto galleggiare solitario sull'acqua limpida e fredda, in un lago circondato da mille girasoli e, senza chiedersi e aspettarsi nulla, l'aveva aperto. Da quel momento, i due elementi fondamentali, il bene e la luce, erano entrati in lui, e in lui sarebbero rimasti per tutto l'arco del suo passaggio terreno.
Nel regno di Kyorai, c'erano campi infiniti e fangosi, case grandi di pietra gelida sotto un cielo sempre grigio. Tutti erano tristi, nessuno si abbracciava, nessuno rideva mai. Nel regno di Joso invece, c'erano campi immensi e dorati, case piccole di legno color miele sotto arcobaleni senza fine. La gente rideva e si abbracciava, riuscendo a vivere ogni istante, riuscendo ad amare. Un giorno, Kyorai, invidioso dell'armonia che regnava nell'altro regno, dichiarò guerra a Joso. La guerra fu lunga, ma il regno degli arcobaleni e della luce alla fine trionfò.
Molti uomini però morirono, da entrambe le parti.
La luce.
Penetra tra i rami.
Zampilli aurei,
escono.
Anche adesso
che sei lontana.
Elios, un giovane guerriero, scrisse questi versi per la sua amata.
Pochi minuti dopo la più appuntita delle lance gli trafisse il cuore.
La giovane moglie, raggiunto il campo di battaglia, guidata da una premonizione nefasta, cercò il marito per lunghe, interminabili ore.
Lo cercò tra mille anime spente, mentre la luce del crepuscolo inondava il suo animo.
Lo cercò tra bimbi nudi e smarriti e spighe rosse di sangue.
Trovò solo il foglio, con la sua poesia. Chiuse gli occhi e, su di esso, s'inginocchiò.
"Tua figlia, la figlia che porto in grembo, si chiamerà Luce."
Luce crebbe in fretta, e divenne la fanciulla più bella del regno.
La cosa che amava di più era camminare a lungo, a piedi nudi.
Non importava dove.
I suoi occhi erano pieni di vita e dichiaravano a fiori, cose e persone un animo puro e forte.
La madre le parlava dei mille pericoli del mondo, ma lei non dava peso alle sue parole e, percorrendo a piedi nudi il lungo sentiero dei biancospini, andava allegra e spensierata, cantando suoni e colori del giorno.
Luce conosceva le regole imposte dal Re: egli non voleva che la vita dei suoi sudditi si fondasse sull'immagine e l'apparenza, il suo sogno era quello di valorizzare l'universo e i tesori racchiusi dentro ogni essere.
Luce sapeva di vivere in un regno dove gli specchi erano banditi, e la prima volta che si recò al lago lo fece per pura vanità, solo per vedere riflessa la propria immagine, già decantata da migliaia di poeti.
Quel giorno si vide, sullo specchio d'acque quiete, nella sua folgorante bellezza.
Non vi fu girasole che circondava il lago che non abbandonò il sole per voltarsi a lei.
Ella stessa rimase incantata, vedendo l'armonia del proprio viso, e tornò dalla madre portando nel cuore una fierezza e una gioia mai provata.
"Vedi madre? Perché dovrei tenere nascosta la mia bellezza?"
Ma quando, il giorno dopo, sulle acque chete tornò a chinarsi, quella che vide non fu la propria immagine. O almeno, in quella, lei non si riconobbe.
Luce trasalì.
Vide sulle acque, in un volto invecchiato e scarno, due occhi verde smeraldo e dei lunghi capelli d'argento.
I girasoli, stavolta, rimasero immobili e un'ondata di panico sciolse il suo animo candido.
Si alzò e, con il cuore che galoppava, fuggì dal lago.
Mentre si allontanava dai girasoli, le parve che gli alberi avessero occhi diabolici e che i bianchi fiori del sentiero bruciassero ad ogni suo passo.
Quel giorno, nella corsa, sentì delle piccole spine conficcarsi nei suoi piedi di seta, ma sopportò il dolore senza dir nulla.
Il sole sparì dietro una nuvola immensa.
Per la prima volta, il suo amato sentiero, divenne oscuro e infinito.
Tornata a casa, raccontò l'accaduto a sua madre, che chiuse gli occhi e, quasi esitando, iniziò a parlare sottovoce, svelandole chi era in realtà la donna del lago.
Il vento trascinò dentro casa una foglia d'oro, di un Autunno lontano, e l'anziana donna le raccontò del suo passato.
"Quella donna è mia sorella. Eravamo due bambine quando tutto ebbe inizio; disubbidimmo a tua nonna e ci spingemmo fino al lago per specchiarci. Quando arrivammo, i girasoli si voltarono, tutti, verso mia sorella. La vidi, così radiosa e bella: da sempre, tutti guardavano lei e non degnavano me di uno sguardo. Non so cosa accadde dentro di me, ma la spinsi forte verso il lago, che piano piano la inghiottì. Lei gridava aiuto e io fuggivo, verso la collina che mangiava il sole. Due clessidre dopo tornai con tua nonna al lago; c'era la luna, già alta in cielo, ma tutto era come l'avevo lasciato, come se le acque calme riflettessero ancora le luci del crepuscolo. Vidi il suo volto e la sentii gridare vendetta. Ebbi un brivido interminabile quando compresi cos'era successo. L'anima di mia sorella era scivolata nelle acque di quel lago, e lì sarebbe invecchiata. Senza vita. Senza amore. Il rimorso all'inizio m'impediva perfino di dormire. Per anni ho convissuto con questa colpa, ma non voglio che ora ricada su di te. Non devi più andare lì, lei potrebbe farti del male".
Un soffio energico, e il vento spinse la foglia d'oro sulla mano della madre.
Lei la imprigionò in un pugno e la foglia divenne, in un attimo, polvere gialla, che cadde e si mischiò ad altra polvere in terra.
Neanche questa volta Luce ascoltò le parole materne.
Sarebbe tornata al lago, per chiedere a quella donna di perdonare sua madre, per dirle del suo pentimento.
E per restituirle la vita.